Prestazione universale per anziani: chi ha davvero diritto a chiederla

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Italia
Fonte
D.lgs. 29/2024, artt. 34 e seguenti (Prestazione universale, sperimentazione 2025-2026); scheda INPS «Decreto Anziani — Prestazione Universale»; importi 2026 confermati da INPS e patronati
Verificato il
2026-09-05

Se in famiglia c'è una persona over 80, già titolare dell'indennità di accompagnamento, e il bisogno di assistenza è ormai continuo — 24 ore su 24, senza margine di interruzione — esiste dal 2025 una prestazione che può aggiungere una quota mensile a quella indennità. Si chiama Prestazione universale ed è nata con il D.lgs. 29/2024, gli articoli 34 e seguenti, come sperimentazione che copre il biennio 2025-2026.

La parola "universale" nel nome è fuorviante, ed è la prima cosa da sapere prima di investire tempo nella domanda: i requisiti sono stretti, e secondo le prime valutazioni pubblicate a un anno dall'avvio la platea che riesce davvero ad accedervi resta una minoranza degli anziani non autosufficienti. Vale comunque la pena capire come funziona, perché quando i criteri sono soddisfatti l'importo aggiuntivo è concreto.

Chi può chiederla

I requisiti, cumulativi, sono quattro:

  • Età: almeno 80 anni compiuti.
  • Indennità di accompagnamento: bisogna già esserne titolari, riconosciuta ai sensi della legge 18/1980.
  • ISEE sociosanitario: non superiore a 6.000 euro. È il requisito che esclude più famiglie di tutti, e conviene guardarlo per primo: se l'ISEE supera quella soglia, gli altri tre non contano.
  • Bisogno assistenziale "gravissimo": non basta la non autosufficienza già accertata per l'accompagnamento. Serve una condizione che comporti dipendenza vitale da assistenza continuativa, tale che un'interruzione anche breve metta a rischio la sicurezza della persona. È il criterio che una Commissione Medica dell'INPS verifica durante l'istruttoria, e che secondo le associazioni di settore esclude la gran parte di chi pure ha già l'accompagnamento.

Se anche uno solo di questi quattro punti non c'è, la domanda non va presentata: si passa ad altre forme di sostegno (l'accompagnamento resta comunque dovuto, l'assistenza domiciliare integrata dell'ASL, i servizi sociali del Comune).

Come si compone l'importo

La Prestazione universale non si aggiunge come voce separata: assorbe l'indennità di accompagnamento e la sostituisce con un'unica erogazione, composta da due parti — l'importo dell'accompagnamento stesso, rivalutato ogni anno, più una quota integrativa, chiamata assegno di assistenza.

Per il 2026 la quota integrativa è di 850 euro mensili, che si sommano ai 551,53 euro dell'indennità di accompagnamento: in tutto 1.401,53 euro al mese.

Sono cifre soggette a rivalutazione annuale, come l'accompagnamento stesso. Prima di costruirci sopra un piano di assistenza, l'importo in vigore va chiesto all'INPS o a un patronato: quanto leggete qui vale per il 2026 ed è stato verificato alla data indicata in fondo alla pagina, non oltre.

La quota integrativa non è denaro libero: il decreto la vincola al costo del lavoro di cura — l'assunzione regolare di un'assistente familiare, o servizi di assistenza forniti da soggetti qualificati.

Come si fa domanda

La domanda si presenta online all'INPS, con identità digitale (SPID, CIE o CNS), oppure tramite un patronato — la via che conviene alla maggior parte delle famiglie, perché il patronato verifica prima i requisiti e prepara la documentazione. Il termine per presentarla è il 31 dicembre 2026, fine della sperimentazione.

Dopo l'invio, il sistema controlla in automatico i requisiti formali (età, accompagnamento, ISEE) e, se ci sono, la pratica passa alla Commissione Medico Legale dell'INPS per la valutazione del livello di bisogno assistenziale. È il passaggio che decide davvero l'esito, ed è quello su cui una richiesta preparata bene — con la documentazione clinica che descrive la condizione di dipendenza continuativa — fa la differenza.

Il dato che vale la pena conoscere prima di partire

Le prime rilevazioni sull'andamento della sperimentazione, riprese da testate economiche e da Lavoce.info, indicano un numero di domande molto inferiore alle attese iniziali del legislatore, e un tasso di accoglimento attorno al 40%: la maggior parte delle domande respinte lo è proprio sul criterio del bisogno "gravissimo".

Non è un motivo per non provare, se la situazione della persona assistita corrisponde davvero ai criteri. È un motivo per non aspettarsi automaticamente un sì solo perché in famiglia la fatica è già enorme — la valutazione INPS guarda a un criterio clinico specifico, non alla difficoltà complessiva di chi assiste — e per non rimandare le altre strade (assistenza domiciliare integrata, servizi sociali comunali) nell'attesa dell'esito.

Cosa fare, in pratica

  • Controllate se in famiglia esiste già l'indennità di accompagnamento: senza quella, la Prestazione universale non è nemmeno una possibilità da valutare.
  • Chiedete l'ISEE sociosanitario aggiornato prima di rivolgervi al patronato: velocizza la prima verifica.
  • Portate al patronato la documentazione clinica più recente, in particolare quella che descrive la continuità e la gravità del bisogno assistenziale — è il punto su cui si gioca l'esito.
  • Non interrompete le altre pratiche in corso (assistenza domiciliare integrata, servizi sociali, richieste di ausili) mentre aspettate l'esito: sono percorsi indipendenti, e i tempi dell'istruttoria INPS non sono brevi.

Il quadro può cambiare

Questa è, per definizione, una sperimentazione: parametri, soglie e importi sono già stati oggetto di più indicazioni operative dell'INPS nel corso del 2025, e la scadenza del 31 dicembre 2026 apre la domanda su cosa succederà dopo — proroga, stabilizzazione o revisione dei criteri. Per questo motivo, prima di fare affidamento su questa prestazione per organizzare l'assistenza dei mesi a venire, conviene verificarne lo stato direttamente con l'INPS o un patronato, non fermarsi a quanto si legge oggi in rete, compresa questa pagina.

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